Antifascismo

Chiedete a un esponente qualunque della galassia delle sinistre italiane come si definirebbe politicamente. Che venga preso alla sprovvista o che gli abbiate anticipato in altra sede l’arduo quesito, gli basteranno soltanto due belle paroline: “Orgogliosamente antifascista“. Provare per credere.
Risposta singolare, non c’è che dire. Domandi a donne e uomini sedicenti progressisti, socialisti, socialdemocratici, comunisti in cosa credono e, curiosamente, ti spiegano in cosa non credono. Distorcendo un poco Hegel, chiedi loro la tesi e ti rispondono con l’antitesi.
Ma antitesi a cosa? Al fascismo, ovvio. A tutto quello che di orrendo, vile e sciocco Mussolini ha commesso durante la tragedia del Ventennio. E, magari, anche a chi, pur senza rifarsi espressamente al piccolo Duce, ne ripropone qua e là le vergognose proposte.
Messa così la questione, dovremmo essere tutti antifascisti, a prescindere dalla provenienza politica o dall’estrazione sociale. La Costituzione del 1948, cui collaborarono senza eccezioni i partiti e i gruppi della Resistenza (non solo socialisti e comunisti), è proprio pensata per evitare un’altra crisi irreversibile della democrazia, un’altra deriva del Paese autoritaria e repressiva.
Perché mai, dunque, l’elettorato e l’élite di sinistra dovrebbero essere più antifascisti degli altri o, addirittura, sventolare la bandiera dell’antifascismo come fosse chissà quale conquista? Non serve chiamarsi Voltaire per capire che, se essere antifascisti significa accettare le complesse regole del gioco democratico, allora nessuno, per vivere qui, in una democrazia, può non esserlo. L’antifascismo non è una bandiera, ma la precondizione necessaria per sventolarne una. Dichiararsi “orgogliosamente antifascisti” significa semplicemente essere politai consapevoli e rispettosi delle leggi minime della polis, convinti della bontà del governo della maggioranza e delle libertà di ognuno.
Ecco perché, per la sinistra, non mi pare una gran trovata gridare ai quattro venti il proprio antifascismo senza nulla aggiungere. Invece di opporre all’avversario un vago amore per la nostra democrazia, sarebbe meglio far capire all’elettorato in che modo intendiamo operare nel quadro democratico. La sensazione, purtroppo, è che l’ossessivo e meccanico ricorso all’antifascismo mascheri, neanche troppo bene, i dubbi esistenziali della divisa e derisa sinistra italiana, che, ahimè, è incapace di rispondere alla domanda da cui siamo partiti. Eppure avremmo un’infinita eredità storico-culturale e valoriale da sottolineare e rielaborare, se solo avessimo la voglia (e soprattutto il coraggio) di recuperarla: Rousseau, Buonarroti, Babeuf, Fourier, Marx, Gramsci, De Martino, Habermas, Baran, Wallerstein, femminismo, coppie omosessuali, europeismo, diritti dei lavoratori, lotta alle disuguaglianze e al precariato, ambientalismo, Illuminismo, integrazione… Devo continuare?
Meglio allora se mettiamo da parte il sacrosanto orgoglio antifascista, perché torni a rappresentare il presupposto, non il fine del nostro agire quotidiano. Nel marasma del XXI secolo, ci può orientare semmai un nuovo-vecchio slogan, forse un po’ datato, ma, provenendo dal frontone del tempio di Apollo a Delfi, profetico ora e sempre: “Gnothi sautón“. Conosci te stesso.

Gnothi.jpg

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