Illuminismo oggi

L’epoca dei consumi necessita della cultura dei Lumi perfino più dell’epoca dei preti. Al consumatore, infatti, irretito in un turbinio di allettanti stimoli pubblicitari e commerciali, non è consentito pensare. Deve soltanto assecondare l’istinto e mettere mano al portafogli nel poco tempo rimastogli dopo il turno di lavoro. Può essere una bella donna, un paesaggio esotico, un volto noto: non occorrono esche sofisticate per far credere a un pesce sazio di avere ancora fame. L’essenziale è evitare che usi la propria testa, perché altrimenti saprebbe da sé quando nutrirsi.


Prima di Marx, già il giacobino toscano Filippo Buonarroti, avido lettore di Rousseau vicino ai capi di Parigi durante la Rivoluzione e protagonista con Babeuf della Conspiration pour l’égalité del 1796, aveva intuito il meccanismo col quale il capitalista è intrinsecamente portato a inventare nuovi bisogni per generare profitti maggiori: l'”ordre d’égoïsme”, per Buonarroti, si fondava proprio sulla “inquiète et insatiable cupidité des citoyens”. Da uomo dei Lumi, Buonarroti ben sapeva che la strada imboccata dall’Europa settecentesca con l’incipiente industrializzazione e con l’ossessione dei consumi avrebbe lasciato uno spazio pressoché nullo al kantiano “sapere aude”, l’uso pubblico della ragione. Le lumières, dunque, erano destinate a spegnersi di fronte alla mercificazione integrale della natura e dell’uomo, cedendo il passo alla corsa senza meta del consumatore contemporaneo.
Di fronte alle inquietanti evoluzioni del tardo capitalismo, non si può che constatare il carattere profetico dell’analisi di Buonarroti (e di Marx). Quella di consumatore, infatti, è l’unica veste dell’uomo capillarmente diffusa nella società, a scapito di quella di citoyen o, più semplicemente, di creatura razionale. Cartesio, Spinoza e Voltaire, ormai, sono relegati nelle aule universitarie (che spesso, peraltro, prediligono la cultura romantica). Fuori, nel mondo, è la futile compravendita di merci il principale contrassegno dell’esistenza: anche l’elettore, se ci riflettiamo, è un consumatore, al quale il politico di turno, per un voto in più, è pronto a “vendere” uno slogan efficace, una performance televisiva, un’immagine accattivante. È la sfera emotiva, insomma, l’unica a contare dopo che la politica si è trasformata in mercato e il mercato in politica.
Non senza ragione, Eugenio Scalfari, in Attualità dell’Illuminismo, ha osservato che “il mondo moderno soffre non per un eccesso, ma per un drammatico deficit di razionalità; la razionalità è minoritaria, la razionalità è controcorrente, la razionalità meriterebbe un’azione filosofica e storica di recupero”. Danno ragione a Scalfari le infinite accuse scagliate contro i Lumi settecenteschi dalla Scuola di Francoforte e dai postmodernisti, alle quali, se non altro, Robert Darnton ha saputo replicare con acume in George Washington’s False Teeth.


La nube sovranista avanza impetuosa, mentre assistiamo alla liquefazione forse irreversibile della sinistra, da tempo divorziata dai Lumi. Che fare, direbbe Lenin? Ragioniamo, critichiamo, svegliamoci dal torpore indotto dalla macchina del consumo perenne! Come denunciato dall’abbé Raynal nell’Histoire des deux Indes, “depuis trop longtemps on cherche à degrader l’homme”. L’irrazionalità è madre dei totalitarismi: una massa di assopiti e passivi consumatori viene manovrata e, per dirla con Mosse, “nazionalizzata” con maggiore facilità; un pubblico critico, viceversa, è il vero baluardo di una democrazia contro chi vorrebbe sopprimerla. E nessuno meglio di Bayle, di Spinoza, di Voltaire, di Helvétius, di Diderot è in grado di (ri)insegnarci a far funzionare le nostre teste. “Abbi il coraggio di servirti del tuo proprio intelletto”: non potrebbe esserci, oggi, motto più sovversivo.

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