Commercio e Guerra (note a margine della morte del generale Soleimani)

Non una gran fine quella toccata al generale iraniano Qassem Soleimani, protagonista di quarant’anni di storia del proprio paese nonché eminenza grigia della grand strategy iraniana in Medio Oriente. Gli Stati Uniti ci hanno ormai abituato a questo genere di soprusi ai danni degli ostacoli, reali o presunti, ai loro disegni egemonici. Evidentemente, Soleimani era uno tra essi, ergo andava ammazzato. Per come è andato l’attentato di Baghdad, verrebbe da definirlo terrorismo, ma, come il buon Chomsky ci ricorda, quel vocabolo inflazionato e strumentale tocca soltanto ai nemici dell’America. Qui si è trattato di boteriana ragion di stato, dell’eliminazione fisica di un bersaglio chiave, di un legittimo atto di difesa preventiva. Al contrario, se qualcuno avesse fatto saltare in aria, che so, Mark Milley, capo dello stato maggiore congiunto delle forze armate statunitensi, allora sarebbe stato senz’altro un atto terroristico, un attacco alla democrazia, una patente violazione del diritto internazionale. L’egemonia plasma il linguaggio.

SoleimaniForse neanche serve un’invettiva in piena regola contro l’imperialismo degli Stati Uniti: i fatti, stavolta, parlano da soli. Ora gli iraniani sanno quello che cileni, greci, afghani, nicaraguensi, siriani, curdi e palestinesi hanno appreso da tempo. Il brutale omicidio di un uomo di stato dell’Iran, tuttavia, rappresenta l’emergere in superficie di una discordia profondamente connessa alla politica estera e commerciale trumpiana e, pertanto, merita qualche considerazione aggiuntiva.
Poniamo attenzione a questo dato: dopo l’appeasement favorito da Zarif e dagli accordi di Losanna con l’Iran nel 2015, siglati concordemente dall’Unione Europea e da Obama, la tensione nella regione suscitata dalla Rivoluzione khomeinista è parsa scemare. Poi è arrivato Trump, paladino dell’America profonda, bianca, piccolo-borghese, frustrata, spesso e volentieri razzista, sovranista. Ebbene, il nuovo Presidente, per rilanciare l’orgoglio degli Stati Uniti feriti dalla crisi e ormai messi di fronte a un sistema internazionale multipolare e policentrico, ha compreso di disporre di un’arma potente: il commercio. Sì, perché il commercio tra nazioni, con le dovute accortezze, può affratellare i popoli, stimolare la circolazione di idee e di saperi, perfino divenire uno strumento per proteggere i lavoratori; può altresì, come purtroppo constatiamo al tempo della globalizzazione uniformante e totalizzante, produrre e accelerare l’insorgere di gravissime disuguaglianze economico-sociali e di forme di precarietà esistenziale prima che occupazionale; può, infine, trasformarsi nella pistola da puntare alla testa di altri stati sovrani per costringerli a piegarsi, a sottomettersi o, se necessario, a suicidarsi.

Direi che Trump interpreta le relazioni commerciali interstatali secondo questa terza accezione. Lo ha dimostrato con la Cina di Xi Jinping; lo ha confermato con l’Iran. Difatti, sullo sfondo del suo scellerato e manifesto atto di guerra, vanno considerate le durissime sanzioni economiche nuovamente imposte al regime iraniano nell’agosto del 2018 e caldeggiate da personaggi di dubbia levatura come Mike Pompeo. È noto che esse stiano affamando gli iraniani e, di fatto, riducendo le potenzialità dell’Iran di risollevare il proprio fragile sistema economico. Mi pare evidente lo scopo americano: causare malcontento, destabilizzare il paese e, magari, istigare una controrivoluzione che doni agli iraniani la libertà di essere americani. Per Trump, insomma, commercio e guerra, nel dossier iraniano come negli altri, fanno rima; anzi si confondono sino a diventare un unico, inquietante, egoistico mezzo per preservare, almeno parzialmente, la supremazia globale americana.

L’ordine internazionale marittimo e commerciale prodotto dai Navigation Acts britannici trasse fondamento da una concezione dei traffici non così lontana da quella trumpiana, benché, com’è ovvio, occorra tenere presente la distanza enorme che ci separa dall’Europa dell’Ancien Régime. David Hume, nel 1758, denunciò coraggiosamente quella che definì la jealousy of trade: “Nothing is more usual, among states which have made some advances in commerce, than to look on the progress of their neighbours with a suspicious eye, to consider all trading states as their rivals”.
Anche il brillante economista francese Véron de Forbonnais, ispettore delle monete dal 1756 vicino a Machault d’Arnouville, condannò l’asprezza della politica commerciale daziaria e proibizionistica britannica, poiché sapeva bene quanto sottile fosse la linea tra il ricorso al commercio come estensione della guerra e la guerra stessa. Non senza ragione, riteneva proficue ed eque, a determinate condizioni, delle limitate tariffe sulle importazioni, ma pur sempre nell’ottica di armonizzare gli interessi della Francia con quelli delle altre potenze europee. Il suo unico obiettivo rimaneva quello di regolare le relazioni commerciali tra stati in maniera tale da garantire il benessere di tutti e la pace tra i popoli. La questione, oggi, è più attuale che mai: schiacciati tra globalizzazione senza regole e gretti protezionismi, i dilemmi di Forbonnais sono ancora i nostri.

 

Forbonnais.png
François Véron Duverger de Forbonnais (1722-1800)

 

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