Critica della questione morale (ad uso dei liberi pensatori)

Molti ricorderanno l’intervista di Scalfari a Enrico Berlinguer in cui il segretario del Partito Comunista Italiano, il 28 luglio 1981, delineò i contorni della cosiddetta “questione morale”. Dopo l’invito all’austerità contro il consumismo sfrenato, Berlinguer spiegò che “la questione morale, nell’Italia di oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati”. La sua non fu tanto una dichiarazione di guerra alla corruzione e al malgoverno, quanto piuttosto una denuncia e un risoluto rifiuto dell’identificazione tra sistema partitico e stato, la medesima identificazione che Giuliano Amato avrebbe candidamente riconosciuto nel 1992, l’anno del terremoto di Mani Pulite. Questa, in estrema sintesi, la reale natura della questione morale come storicamente concepita e propagandata da Berlinguer, il quale, non senza una certa abilità tattica, riuscì così a prendere definitivamente le distanze dalla DC e dal PSI dopo l’affaire Moro e l’esito a dir poco deludente delle elezioni del 1979.

Destinato a immensa fortuna nell’alveo delle formazioni post-comuniste, il severo richiamo berlingueriano alla moralizzazione della prassi politica è ancora oggi cocciutamente sbandierato da gruppi e gruppuscoli che, in quanto di sinistra, avvertono una genetica superiorità interiore, spirituale: morale, appunto. Ma questo moto di rabbioso antimachiavellismo, dai più accolto con favore incondizionato, non ha prodotto né produce molti effetti positivi. Tutt’altro.

Cerco di chiarire meglio il mio pensiero. Su un piano storico-politico, dietro il consolidamento all’interno del ceto dirigente comunista della questione morale vi fu un imbarazzo, un maldestro tentativo di compensare una carenza anzitutto culturale sopravvenuta: dato che il PCI, di fronte al declino inarrestabile dell’URSS, dovette acquistare maniere e fattezze tipicamente socialdemocratiche, riconoscendo ad esempio la legittimità del modo di produzione capitalistico e promuovendo l’eurocomunismo e l’atlantismo, si avvertì il pericolo minaccioso della perdita della tradizionale unicità comunista, il rischio inaccettabile della “normalizzazione” o, peggio, della “banalizzazione”. Ed ecco l’idea: il partito non avrebbe più dovuto distinguersi dalla DC delle correnti o dal PSI filoborghese craxiano per le radici ideologiche o per una precisa Weltanschauung,  bensì soltanto per la maggiore dirittura morale, per la spiccata probità dei suoi esponenti. In altre parole, la questione morale, non meno che la Terza Via, è stata figlia di un ripiegamento, di una ritirata prudente dall’assalto del capitalismo statunitense trionfante al termine della Guerra Fredda. E proprio perché ancora dopo quarant’anni il sistema delle disuguaglianze e dello sfruttamento dilaga e comanda, la questione morale rimane un punto fermo delle nostre sinistre disorientate e incolori. Con una conseguenza politico-culturale nefasta e patologica: il terreno della lotta si è trasferito da quello indicato da Togliatti – l’ingiustizia sociale, le disparità socio-economiche e l’antagonismo di classe -, a quello rarefatto e inafferrabile dell’onestà, della legalità formalistica, dell’ubbidienza incondizionata all’autorità.
Questa, in fondo, è la ragione (o almeno una delle ragioni) dell’abbraccio insensato e nocivo tra la potente e prepotente magistratura e la sinistra, del grillismo becero e giustizialista, della prevalenza del securitarismo borghese, del perbenismo benpensante e politicamente corretto (penso alle Sardine), dell’inclinazione di troppi progressisti alla statolatria e alla sete di punizioni, di carcere, di vendetta. Mentre Marx professava una società egualitaria, libera, democratica e senza stato, molti di coloro che oggi lo citano (senza averlo però letto) chiedono a gran voce un potere autoritario che debelli non le terrificanti disuguaglianze frutto del nostro sistema piramidale, ma i crimini presunti e le deviazioni dalla regola. Vedo insomma troppi Berija, pochi Sartre e pochissimi Foucault.

Il punto, allora, non è archiviare la questione morale, né separare di netto etica e politica, ma recuperare come sinistre una concezione della libertà piena e vigorosa (la libertà sostanziale di Buonarroti e di Marx), che si dispieghi sul piano sociale e politico ispirando un atteggiamento diffidente e, se del caso, genuinamente ostile a chi detiene il potere di soggiogare, di schiacciare o di manipolare l’individuo e le masse. È forse chiedere troppo?

 

Togliatti
Palmiro Togliatti (1893-1964)

 

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